“Tutto andrà per il meglio, la desolazione è desolazione dappertutto e la desolazione è tutto ciò che abbiamo e la desolazione non è poi così male.”
Non è un libro che consiglio. Non perché non sia bello, anzi, è meraviglioso, profondo, divertente e scritto divinamente. Lo sconsiglio perché fa male. Non per la poca facilità di lettura ma, perché mette il dito nella piaga sempre e comunque.
Qualunque sia l’argomento, la riflessione, coinvolge i nostri sensi di colpa, fa pensare, rende consapevoli ma nello stesso tempo disarma e ferisce.
Pensieri profondi a parte, che è difficile riassumere se non con la parola “Nulla” o “Vuoto”, è il libro che getta i “principi cardine” della Beat Generation ed è quasi l’ autobiografia di Kerouac.
Il romanzo inizia con Jack stesso sul Picco della Desolazione, Desolation Peak, su cui fa l’avvistatore d’incendi.
In questo luogo solitario, Kerouac descrive questo suo “soggiorno” , delle giornate passate tra le montagne di fronte al Monte Ozomeen e riflette su tutto quello che lo circonda, sul Vuoto e sul proprio IO (se poi esiste!).
Le altre parti del romanzo descrivono i vari viaggi per l’America, fino all’arrivo e al soggiorno in Messico. Raccontano degli incontri con gli amici di sempre, con graziose donne, con cui avrà quasi sempre flirt temporanei. Tutto questo suo spostarsi perenne, è collegato, evidenziato ed unito, in una cornice quasi decameroniana, da una grande consapevolezza ma nello stesso tempo insicurezza, spirituale e teologica: riflessioni che vanno dal Buddhismo al Cristianesimo fino a raggiungere sprazzi di ateismo.
Pensieri e parole poetiche e penetranti sono usati per esprimere tutto questo, ed esse, a volte, risultano quasi aggressive o ironiche.
D’altronde, questa sua perenne insicurezza, il suo modo di scrivere vario e la prosa spontanea, vengono rispecchiati nel suo carattere tormentato ma estremamente umano e adorabile.
Basta pensare alla sua durezza che traspare talvolta, la quale, si contrappone alle dolcissime parole rivolte alla madre, così differente da lui, ma estremamente amata ed elogiata.
Alcuni critici attribuiscono al linguaggio petrarchesco un certo monolinguismo che, personalmente, lo rende piuttosto prevedibile.
Al grande Dante, però, si attribuisce un plurilinguismo, perché ha la capacità, immensa, di usare toni drammatici, filosofici, epici e poetici.
Questa “qualità” riconosciuta a Dante, è riscontrabile anche in tutte le opere di Kerouac.
Due personaggi estremamente diversi e lontani nel tempo. Ma come non notare le somiglianze? Quel passare quasi impercettibile da un tono spigliato a divertente ad uno poetico o drammatico.
Caratteristiche notevoli e in particolare, rilevabili in “Angeli di Desolazione” che è troppo complicato da poter essere letto.