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Nulla è per sempre, neanche la morte…

Decidere di vivere eternamente scendendo perfino a compromessi con il diavolo implica una vita dannata. Il millenario dottor Parnassus, dopo numerose scommesse con uno spietato demonio in bombetta e abiti scuri di nome Mr. Nick (interpretato da Tom Waits), cade in un terribile amore per l’alcool e in un incessante desiderio di morire.

Scena di un dialogo tra Parnassus e il diavolo

Parnassus (Christopher Plummer), sua figlia Valentina (interpretata dalla top model Lily Cole), il giovane Anton (Andrew Garfield) e uno strambo nano di nome Percy (Verne Troyer) affrontano la furbizia del “signor” Nick attraverso spettacoli che, però, dopo tanti secoli non attirano più il pubblico; il numero consiste nel far entrare le persone in uno specchio magico e di far compiere loro una scelta: diavolo o Parnassus? Scelta facile o scelta difficile?
E’ grazie a George “l’appeso” (meglio noto come Tony), un misterioso tipo salvato dall’impiccagione dai protagonisti della vicenda, se lo spettacolo potrà ottenere un nuovo pubblico e numeroso denaro.

Scena di uno spettacolo di Parnassus

Parnassus – l’uomo che voleva ingannare il diavolo” è un film fantastico e avvincente, ricco di colpi di scena, in grado di mettere in primo piano la potenza dell’immaginazione umana e di far comprendere quanto sia vantaggioso in alcuni casi non abbandonarsi alle tentazioni del demonio.
Questo film, diretto da Terry Gilliam, vede l’ultima partecipazione di Heath Ledger, deceduto a soli 28 anni nel gennaio del 2008, nei panni di George/Tony. Questo, nell’immaginario mondo oltre lo specchio cambierà sempre volto, lasciando spazio agli affascinanti Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrel.

Percy aiuta Parnassus a leggere la mente di Tony

La fuga dei giocattoli

A chi non è mai capitato di affezionarsi così tanto a un giocattolo da non volersene mai separare? E’ proprio quello che è successo a Andy, ormai diciassettenne, quando ha deciso di mettere il suo cowboy Woody tra le cose da portare al college. Gli altri giocattoli, che si era rifiutato di gettare via ma che aveva deciso di spostare in soffitta, però, a causa di un malinteso, si sono ritrovati al bordo del marciapiede in un sacco della spazzatura.

Questo è il principio di una terza avventura , ideata dalla Disney in ben tre dimensioni, del tutto nuova per i protagonisti di Toy Story! Si tratta di “Toy Story 3 – La grande fuga“! Buzz, Jessie, Bullseye, Mrs. e Mr. Potato con i loro piccoli alieni, il maialino salvadanaio, il buffo dinosauro, il fedele e molleggiante Slinky e una Barbie “scartata” dalla sorellina di Andy si ritroveranno per la prima volta a Sunnydale, un asilo apparentemente ospitale.
Il loro sogno di avere sempre dei bambini con cui giocare si sarebbe avverato se non si fosse intromesso Lotso, un orsetto rosa ormai anziano e profumato di fragola, che non era mai riuscito ad accettare l’abbandono da parte della sua padroncina.

I nostri amati giocattoli ne passeranno di cotte e di crude e, una volta scoperto che Andy non aveva mai avuto intenzione di buttarli nella spazzatura, proveranno a fuggire, con l’aiuto del buon vecchio Woody e di tanti nuovi amici.
Ci troviamo forse di fronte alla più entusiasmante avventura in cui i nostri piccoli eroi si siano catapultati. Nel corso del film si può comprendere senz’altro la grande amicizia che lega i protagonisti della vicenda, i quali si considerano una vera e propria famiglia e non smettono mai di essere uniti e di “giocare” in squadra.

E’ morta una persona comune! E allora?

Dal 29 giugno 2010 non si fa altro che mettere in primo piano in televisione la morte di Pietro Taricone, il “guerriero” della prima edizione del Grande Fratello. La stessa cosa era successa l’anno scorso con l’improvvisa morte di Michael Jackson, il noto re del pop.

I funerali maestosi in diretta TV, i milioni di fan piangenti, gli infiniti spazi dedicati alla tragica notizia… tutte cose di questo tipo sono molto frequenti dopo la morte di personaggi famosi.
La cosa che più mi risulta incredibile in queste circostanze è l’ipocrisia della gente, la capacità di trasformare un personaggio spesso disprezzato e quasi dimenticato in una vera e propria divinità da adorare fino alla follia soltanto dopo la sua morte. Sicuramente questo è successo e succederà con altri VIP che hanno lasciato e lasceranno questa vita.

Facciamo quindi un piccolo salto indietro nel tempo:
Domanda: “Chi è Michael Jackson?”
Risposta: “Un pedofilo, un pazzo, uno psicopatico”

Oppure:
Domanda: “Chi è Pietro Taricone?”
Risposta: “Uno scemo che ha fatto il Grande Fratello e qualche film”

C’è purtroppo anche un’altra cosa da dire riguardante questo tema, una cosa non tanto incredibile quanto irritante e, secondo me, anche molto triste. Il ciclo della vita è, come tutti sappiamo, uguale per tutti, famosi e non; si inizia con la nascita e si termina con la morte.
Analizziamo però la situazione: per quanto tempo si è parlato della morte di Michael Jackson? Giorni, settimane, mesi, tutt’ora che è passato un anno se ne continua a parlare moltissimo; per quanto tempo ci si è soffermati sulla prematura morte di Pietro Taricone? Giorni, (non posso sapere quanto se ne parlerà ancora, ma penso che sia per molto tempo ancora)… Quanto si parla invece di un bambino che viene assassinato? Quanto di un uomo che lotta contro le peggiori malattie esistenti sulla faccia della Terra? Quanto su un operaio che muore sul posto di lavoro? E quanto su milioni di persone che nel terzo mondo muoiono di fame mentre i VIP per cui tutti si preoccupano navigano nell’oro?
In questi ultimi casi ci si deve accontentare, se si è fortunati, di un titolo letto in un telegiornale tra le ultime notizie (poco prima di “che caldo, c’è gente sulle spiagge” e di “viva i calciatori e le modelle”) e di un breve articolo in qualche quotidiano locale; ma cos’hanno un Pietro Taricone e un Michael Jackson che la gente comune non ha? Popolarità? Denaro?

Detto ciò, pace all’anima di Taricone e MJ, concludo il mio articolo ricordando a tutti (spero più gente possibile) che lo stesso giorno che sono morti dei personaggi famosi, sono morte anche tante persone “normali”, che muoiono tutti i giorni, ma spesso e volentieri non vengono neanche menzionate in televisione, in radio, su internet o su un misero quotidiano.

I “Bastardi senza gloria”

Aldo Raine: Quando avrai quel tuo posticino sull’isola di Nantucket, immagino che vorrai toglierti la tua elegante uniforme da SS.
Hans Landa: *annuisce*
Aldo Raine: E’ quello che pensavo… Ecco, questo non lo sopporto! E tu Utivich? Tu lo sopporti?
Soldato Utivich: Nemmeno un po’, signore!
Aldo Raine: Insomma, se facessimo a modo mio, porteresti questa uniforme per il resto della tua vita da succhiacazzi… Ma mi rendo conto che non è pratico e a un certo punto te la toglieresti; così ti darò una cosetta che non ti potrai togliere…
[...]
Aldo Raine: Sai che ti dico Utivich? Questo potrebbe essere il mio capolavoro!

Il Nazismo torna nelle nostre menti insieme alla genialità di Quentin Tarantino, il “sadico” regista di capolavori cinematografici come “Kill Bill” (Vol. 1 e 2), “Pulp Fiction” e tanti altri.
Bastardi senza gloria” è ambientato ai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Al centro della scena naturalmente c’è un’accesa tensione tra Nazisti ed Ebrei. L’interesse per la violenza e per la crudeltà delle scene da parte del regista rendono il film più avvincente e coinvolgente: i sentimenti dei personaggi vengono così accentuati da un misto di ironia e drammaticità.
A capo dei “Bastardi” si trova un accattivante e affascinante Brad Pitt nei panni del tenente Aldo Raine, il quale ama prendere in giro, deridere e la maggior parte delle volte anche torturare coloro che fanno strage di innocenti, come appunto i soldati nazisti. Aldo Raine è un personaggio vivace, astuto, pungente e anche divertente, interpretato da un grande attore che, a mio parere, ha dato il meglio di sé.
Il fatto più eclatante del film è la missione omicida-suicida all’interno della sala cinematografica di Shosanna Dreyfus (Melanie Laurent), un’ebrea riuscita a fuggire dopo l’uccisione della sua intera famiglia da parte del colonnello Hans Landa, meglio conosciuto come “Cacciatore di Ebrei” e interpretato da un fantastico Christoph Waltz.
Ciò che succede nella sala cinematografica vede coinvolti la stessa Shosanna, il suo ragazzo di colore – e per questo discriminato dai Tedeschi – Marcel, i “Bastardi”, l’attrice Bridget Von Hammersmark impersonata da un’ammaliante Diane Kruger, centinaia di soldati tedeschi – tra cui l’eroe di guerra Frederick Zoller – e persino Adolf Hitler, il terribile Führer interpretato dall’attore tedesco Martin Wuttke.
Tra i “Bastardi”, oltre al tenente Aldo Raine, si fanno distinguere dagli altri il sergente Hugo Stiglitz (Til Schweiger) con il suo atteggiamento poco loquace ma molto adatto al suo ruolo nella vicenda e “L’Orso Ebreo” (Eli Roth) con la sua mazza da baseball, arma micidiale contro i soldati nazisti.
Le scene sono crude ma allo stesso tempo esilaranti; “Bastardi senza gloria” è un film in grado di lasciarti senza fiato, mentre assisti alle scene sia drammatiche e sia ironiche di vendetta contro il “mostro nazista”.

La paura nella vita

Fin da piccoli quasi tutti siamo stati tormentati dal famoso mostro dell’armadio, che aspettava il momento giusto per uscire allo scoperto e azzannarci nel sonno. Tenevamo gli occhi spalancati nel buio della notte prima di riuscire ad addormentarci. L’oscurità stessa ci faceva paura, il fatto di non vedere la stanza ci rendeva insicuri e accresceva l’ansia. A quel punto chiamavamo a gran voce: <<Mamma! Papà! Non riesco a dormire!>>. Gli adulti, visti come eroi senza macchia e senza paura dai nostri occhi innocenti!

Con l’adolescenza questi timori spariscono, ma ci rendiamo conto che la paura è un sentimento che non ci abbandonerà mai. Persino gli anziani provano timore, a volte terrore! Fino al momento della morte ognuno di noi avrà paura di qualcosa.
Le paure possono essere di vario genere, minori o maggiori; spesso si tende a mascherarle ridendoci su, altre volte ci possono venire attacchi di panico o ci si formano grandi nodi allo stomaco.
Ma cos’è davvero la paura? E’ in grado di farci crescere? Le paure più frequenti tra noi giovani sono legate alla timidezza e all’insicurezza: la paura di non piacere, di ottenere troppi insuccessi, di restare soli di fronte ai problemi… Esistono anche paure come il “panico da interrogazione”, il non dormire la notte dopo aver visto un film dell’orrore, il timore di essere colti sul fatto mentre si “trasgredisce”.

La paura, nonostante sia presente nel cuore di tutti noi, non è un’emozione di cui andiamo sempre fieri; anzi, spesso nasce in noi una sorta di “paura di avere paura” o di mostrarla agli altri. Un esempio frequente tra gli adolescenti può essere quello della visione di un film horror in compagnia di amici. Durante le scene più crude e insostenibili accade frequentemente che ci si vergogni di mostrare i propri sentimenti di ansia e terrore e si finga invece di divertirsi, plasmando una risata finta e nervosa.

Dalla lettura di “Io non ho paura” di Niccolò Ammaniti è emersa una situazione particolare, folle e insostenibile per un ragazzino come il protagonista. Questo, dopo aver affrontato penitenze, sfide e prove di coraggio pericolose proposte dai suoi amici, si ritrova a dover salvare un bambino rapito dai suoi stessi genitori. E’ proprio il suo silenzio, il suo tenersi dentro i timori, il suo non parlare dell’accaduto con nessuno che porta a quel finale tragico.
Restando in tema “libri”, nei gialli si possono individuare molti momenti di tensione. Porto come esempio “Una storia semplice” di Leonardo Sciascia, libro che ho letto di recente, in cui vediamo un adulto terrorizzato di fronte all’atteggiamento sospetto del suo collega: il brigadiere, nonostante la sua età ormai avanzata, scoppia in un pianto nervoso.

Ci sono paure che escono fuori in situazioni particolari, come la fobia dei ragni o di restare in luoghi chiusi per troppo tempo, l’inquietudine alla vista di oggetti o personaggi come le bambile di pezza e di porcellana o i clown. Ci sono invece paure che perseguitano continuamente come il semplice timore di non essere capiti o accettati fino al terrore della morte.
Affrontare le proprie paure e riuscire a sconfiggerle è un grende passo avanti per ogni uomo. E’ un tipo di crescita psicologica che può avvenire in qualsiasi momento, a quattro anni come a novanta. E’ una sfida che facciamo a noi stessi, che possiamo vincere o perdere, l’importante è non arrendersi.

Sconfitta la paura del buio e di eventuali mostri notturni, si subisce un processo di crescita, si “diventa grandi”, o meglio inizialmente lo si crede. Si pensa che da grandi si diventi in grado di affrontare tutti i problemi della vita con serenità e tranquillità. Poi però, raggiunto quel traguardo, ci si stente ancora minuscoli di fronte ai timori che si trovano davanti nel corso della vita quotidiana. Si capisce che il vero coraggioso non è chi non ha paure, ma chi riesce a sconfiggerle, affrontarle e crescere ancora, anche se probabilmente alcune paure si porteranno avanti per sempre, fino all’ultimo respiro, perché non può esistere nessun uomo senza paura.

Dragon Trainer

Dopo “Shrek” e “Madagascar“, la Dreamworks ha prodotto “Dragon Trainer“, animazione in 3D. E’ un cartone che apparentemente può sembrare solo per bambini, ma guardandolo attentamente ci si accorge che contiene un messaggio profondo, in grado di catturare anche l’attenzione degli adulti.

Hiccup è il figlio del capo di una tribù vichinga ma, diversamente dal padre, è un ragazzo un po’ imbranato e poco coraggioso. Hiccup però non si dà mai per vinto e desidera aiutare la sua tribù a sconfiggere i draghi, che minacciavano la loro città ormai da tempo. L’avventura vera e propria comincia quando Hiccup riesce a catturare una “Furia Buia“, il drago più temuto, veloce, e preciso nei colpi. Nessuno però assiste al suo atto “eroico” e quando il ragazzo lo annuncia viene deriso pubblicamente; così il giovane cercherà e troverà amicizia e affetto in Sdentato, la sua Furia Buia.

La testardaggine del padre, l’ignoranza dei coetanei e la bellicosità della tribù sono gli elementi principali che, nel corso del film, spingono il giovane Hiccup a compiere azioni straordinarie, a spingersi dove nessun’altro si era mai spinto.
L’ambiente è pieno di scontri, litigi e prepotenze, ma a questi si alternano magnifici momenti di amicizia, amore e affetto tra il ragazzo e Sdentato: tra i due si crea un legame speciale, capace di sconfiggere ogni tipo di avversità.
Tra i coetanei di Hiccup si distingue maggiormente il personaggio di Astrid, la quale inizialmente si confronta con il giovane protagonista nell’addestramento alla lotta contro i draghi, ma che in seguito diventerà compagna di avventura del ragazzo.

Il cappellaio matto

E’ appena uscito sui grandi schermi “Alice in Wonderland” in 3D. Un ruolo rilevante e non meno accattivante è affidato a Johnny Depp, l’uomo più sexy e affascinante secondo “People”.
Il regista Tim Burton e l’attore hanno già lavorato insieme molte volte in precedenza, come in “Edward mani di forbice“, “La fabbrica di cioccolato” e “Sweeney Todd: il diabolico barbiere di Fleet Street“. Tra di loro infatti c’è una sorta di intesa: <<Io e Tim parliamo una lingua tutta nostra, nessuno ci capisce sul set>> afferma Johnny!

<<Per sopravvivere qui bisogna essere matti come un Cappellaio. E per fortuna io lo sono…>>
Johnny Depp nei panni del Cappellaio Matto nel film "Alice in Wonderland" di Tim Burton

Lo stesso Johnny Depp ci spiega: <<Si diceva “matto come un cappellaio” perché chi faceva cappelli, lavorava col mercurio, e alla lunga, spesso, impazziva per le esalazioni>>.

Questo volto un po’ folle, caratterizzato da enormi occhioni verdi tendenti al giallino e contornato da una folta chioma arancione è allo stesso tempo divertente e inquietante. Anche l’abbigliamento stravagante, la postura del personaggio sono molto particolari, rimandano alla più grave forma di pazzia, ma contemporaneamente a un clown colorato.
I suoi continui sbalzi d’umore nel film rendono speciali molte scene, come quella della “Deliranza“, una danza molto particolare definita dall’attore <<una curiosa invenzione di Tim>>.

Anche gli altri personaggi sono costruiti in modo a dir poco brillante e originale, a partire da Alice fino alla Regina Rossa (interpretata da Helena Bonham Carter, moglie del regista), alla Regina Bianca (interpretata da Anne Hathaway, “new-entry” nei film di Tim Burton) e all’orrendo Ciciarampa (mostro della Regina di Cuori). Tim Burton è sicuramente un grande regista, che ha saputo sorprenderci più volte… E sicuramente continuerà a farlo!

Mr. Bean: un genio incompreso

Rowan Atkinson interpreta ormai da molti anni il ruolo di Mr. Bean, un personaggio sciocco, che si ritrova spesso e volentieri in situazioni imbarazzanti… Insomma, un vero e proprio scemo!
Guardando però più in profondità, aldilà di quella cultura, di quella ristretta capacità di ragionamento, potremmo trovare in lui un personaggio geniale, realmente comico e in grado di divertire grandi e piccini.
Le varie storie che lo vedono come protagonista sono sicuramente note a tutti. A me ha colpito maggiormente il primo film: “L’ultima catastrofe“. Fa particolarmente ridere vederlo alle imprese con un quadro da lui rovinato. Considerato scemo da tutti, riesce però a trovare una soluzione, bizzarra ma assolutamente geniale!
Anche “Mr. Bean holiday” a mio parere è un film molto divertente: è la storia di un bambino che perde di vista il padre ed è costretto nel frattempo a restare in compagnia del signor Bean. Da qui partirà una serie di (dis)avventure travolgenti!
Rowan Atkinson è secondo me molto bravo a interpretare questo ruolo stupido ma allo stesso tempo brillante e oltremodo simpatico.

La Regina della Notte

Luciana Serra nasce il 4 novembre 1946 a Genova. Ha un successo internazionale come soprano con varie opere di grandissima importanza (Il barbiere di Siviglia, Don Pasquale, ecc..). La sua bellissima voce profonda e pulita, in grado di raggiungere anche le note più acute lasciando il pubblico a bocca aperta, è adatta particolarmente alle opere di Mozart e Rossini. La sua fama raggiunge i livelli più elevati negli anni ’80, dove interpreta la Regina della Notte ne “Il flauto magico” di Wolfgang Amadeus Mozart in un noto teatro di Londra (e in seguito anche a Vienna).
Nonostante nella sua discografia si possano trovare molte opere come quelle legate al “Barbiere di Siviglia“, al “Rigoletto“, al “Don Pasquale“, ecc…, l’opera che preferisco è sinceramente “Il flauto magico“. Premettendo che il suo non sia il mio genere musicale preferito, riconosco in lei un grande talento; la sua voce è veramente “agghiacciante” e oltremodo adatta al ruolo da lei interpretato (Regina della Notte).

Qui sotto lascio un video di una sua interpretazione della Regina della Notte:

La “moda” sul palco

La moda è qualcosa che la gente segue. Ad esempio se molti portano un determinato tipo di abbigliamento, questo diventa automaticamente moda. Gli stilisti progettano continuamente nuovi abiti e nuovi look, ma la moda che vediamo in tv, gli abiti che vediamo addosso alle modelle cosa significano veramente?

Le modelle sfilano spesso e volentieri sul palco sfoggiando abiti di ogni tipo: chiari, scuri, estivi, invernali, semplici, originali, lussuosi, sfarzosi…e chi più ne ha più ne metta. In casi frequenti si ammalano di anoressia o bulimia per raggiungere le taglie “perfette” e indossare gli abiti disegnati e progettati apposta per loro.
E’ proprio questo che mi lascia perplessa… Guardando delle sfilate di moda mi sono accorta che gli abiti che indossano sono per la maggior parte delle volte così stravaganti che nessuno li metterebbe se non fosse pagato fior di quattrini (come appunto le modelle). Quegli abiti sono progettati appositamente per loro e per loro soltanto, per essere indossati una sera ed essere ammirati per massimo una ventina di secondi dal pubblico. Dopodiché il vestito verrà buttato, nessuno si comprerà un vestito del genere e nessuno lo metterà per uscire.

Io non ho mai visto una ragazza andare in giro per strada vestita in questo modo. Sono d’accordo che ogni sfilata ha un suo tema, ha abiti ben studiati e lavorati ecc…, però perché chiamare questa “moda”? Perché definire “moda” qualcosa che appare soltanto in televisione, sugli schermi e non nella vita reale? Modelle che mirano a diventare magre come stuzzicadenti per rappresentare un mondo finto, qual è il vero significato?
Sono dell’idea che la moda sia qualcosa di più semplice e meno elaborato degli abiti che si possono ammirare addosso alle modelle, la moda dovrebbe essere l’abbigliamento che si vede tutti i giorni nelle persone più comuni, qualcosa che la gente sceglie di indossare, non abiti che si possono osservare 20 secondi su un corpo “scheletrico” per poi essere dimenticati nel giro di 5 giorni.

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